Cos’è che fa di una fotografia un’opera d’arte?

Oggi proviamo a rispondere ad una domanda: cos’è che fa di una fotografia un’opera d’arte? Sicuramente una domanda che nel 2021 sorge spontanea; viviamo nel mondo delle immagini, dove tutti siamo sempre pronti a scattare e a fotografare la realtà che ci circonda.  

Appare chiaro che la fotografia non è solo l’oggetto fotografico, ma è anche la rielaborazione di una personale modalità di interpretare il reale. Chi fotografa con consapevolezza cerca sempre di esprimere la propria idea attraverso alcune regole, alcuni codici che permettono di comunicare il mondo. 

Ed è proprio In questo senso che, a mio parere, essa può essere considerata opera d’arte.

La fotografia ha sicuramente, con il suo ingresso nel mondo della storia dell’arte, una storia travagliata. E’ stata definita “la figlia bastarda abbandonata dalla scienza sulla soglia dell’arte” e, forse, proprio questa unione di discipline che resta uno dei suoi aspetti più affascinanti.

Quando un* fotograf* si accosta all’obiettivo lo fa sempre per elaborare una personale strategia dello sguardo, necessaria per esprimere il proprio pensiero attraverso un codice interpretativo preciso. Decide di fotografare per stabilire un suo rapporto concreto con il mondo esterno. Ed è proprio questo desiderio di dare vita ad una storia individuale, partendo dalla realtà, quello che può trasformare una fotografia e la sua dimensione oggettiva in qualcosa di metaforico e di diverso. 

La fotografia, inoltre, è sicuramente uno dei mezzi più interessanti e privilegiati per iniziare un’analisi del reale secondo parametri individuali. Infatti, quando un* fotograf* scatta una fotografia tende sempre ad isolare un singolo aspetto del mondo reale per amplificarne al massimo il suo potere evocativo. Questo aspetto del mondo fotografico possiamo vederlo già al suo apice a partire dagli anni Novanta; infatti l’allargamento dei confini dell’arte verso una dimensione globale ha portato ad un approccio più sociopolitico del prodotto artistico ed i fotografi hanno iniziato ad effettuare una proprio analisi di questo reale. Come nel caso di Yinka Shonibare (n. 1962), nato a Londra da genitori nigeriani, autore di una serie di opere fotografiche intitolata Diary of a victorian dandy (1998), che rappresenta diversi momenti della vita quotidiana di un gentiluomo britannico del Settecento, interpretato dall’artista stesso.

Un altro aspetto importante della fotografia artistica è senza dubbio la necessità di esprimere il proprio pensiero, un’idea o una filosofia attraverso un codice interpretativo preciso, legato all’esigenza di stabilire un rapporto di presa diretta con il mondo (attraverso la macchina fotografica). L’utilizzo di un codice interpretativo è necessario anche per analizzare aspetti interiori: la proprià identità e le proprie mutazioni. Alla fine degli anni Settanta l’artista statunitense Cindy Sherman (n. 1954) ha cominciato a produrre una serie di autoritratti fotografici in bianco e nero, intitolata Untitled film stills, dove interpreta ogni volta una tipologia femminile differente, esplicitata attraverso pose, atteggiamenti e abiti che rimandano a fotogrammi estratti da film commerciali degli anni Cinquanta. Iniziato nel 1977 e terminato nel 1980, questo ciclo di opere costituisce un fondamentale precedente per un intero filone della fotografia contemporanea che riflette sul rapporto tra identità, citazione e metamorfosi.


Un ultimo aspetto di cui vorrei parlare è la dimensione narrativa delle immagini. Questa dimensione fa in modo che la fotografia  ci aiuti a  mostrare situazioni tratte dalla vita quotidiana, offrendone però un’interpretazione di tipo metaforico. Una modalità che prende spunto dalle esperienze del reportage fotogiornalistico degli anni Sessanta e Settanta, unite con la necessità di intendere l’opera d’arte come contenitore di senso (necessità derviante dall’Arte concettuale) Il pioniere di questa volontà di attribuire alla fotografia il delicato compito di rappresentazione sociale del quotidiano è l’artista canadese Jeff Wall (n. 1946) che a partire dagli anni Novanta, ha realizzato una serie di light boxes di grandi dimensioni dove il portato narrativo è concentrato su un’unica immagine, concepita come la scena culminante di un racconto. Ambientate negli spazi asettici e anonimi della città di Vancouver, le opere di Wall mantengono l’aspetto misterioso ed enigmatico di un’azione bloccata nel suo svolgersi e ambientata in un contesto sociale.

Il ruolo del* fotograf* ai nostri giorni è un ruolo contraddittorio fatto di consacrazione, denuncia e conservazione. Ci aiuta a guardare mondi che non vediamo e ad analizzare mondi che vediamo tutti i giorni sotto altre luci. Insomma, che vita sarebbe senza fotografia? Per saziare la voglia di scoprire nuovi fotografi vi consiglio di andare a dare uno sguardo alla sezione fotografia del nostro sito.

Ciao!

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