Conversazioni con Filippo Bernabei

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03/ Conversazioni Con

Questa settimana abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con l’artista Filippo Bernabei per provare ad entrare nella sua arte e nel suo mondo fatto di persone tutte simili, ma tutte diverse. Cosa vogliono dire i personaggi? e quale sentimenti e significati vuole produrre in tutti noi? Filippo risponde a questa e ad altre domande!

Qual è il tuo background e percorso formativo?
Totalmente autodidatta. Non ho mai fatto studi specifici in campo artistico, ho imparato sulla strada. Sono stato assistente di studio da vari pittori a Roma, è vero, e ho frequentato crews di street art, ma il mio stile si è sviluppato senza influenze “istituzionali”. E’ la strada la migliore maestra. La strada e la gente che incontri. E’ quello che crea il tuo immaginario visivo.

Quando hai deciso di intraprendere la strada dell’arte?
Il giorno in cui ho comprato “Incesticide”, l’album di rarità e b-sides dei Nirvana. Sai, la copertina è un quadro di Kurt Cobain. E mi ricordo di aver pensato “Non sarò mai in grado di cantare e suonare con la stessa intensità. Ma forse posso dipingere come lui.” E da lì è nato tutto. E’ buffo a pensarci, perché Cobain influenza ragazzini grunge che poi ritrovi dieci anni dopo con la chitarra in mano. Nel mio caso ha influenzato un ragazzino grunge che vent’anni dopo ritrovi con un pennello in mano. Però sì, la svolta è stata la scoperta della scena di Seattle e del suo inesplicabile groviglio con le arti visive. E’ una stranezza comprensibile solo da chi ha sentito quella scena, quella musica, nel profondo del suo “bruciante stomaco malato” (cit. Cobain)

Quali artisti o correnti artistiche ti hanno influenzato maggiormente?
La New York di fine anni ’70 – inizio anni ’80,senza dubbio. Keith Haring, Basquiat, Kenny Scharf…la nascita della Graffiti Art. L’hip-hop nascente, la valanga creativa ad ogni angolo di strada….Tutto ciò che oggi chiamiamo “Street” è nato lì, nei primi anni ’80. Sono stati anni creativamente incredibili. In Italia negli stessi anni stava esplodendo “Frigidaire”, con Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Stefano Tamburini. E questo la dice lunga. Lo Zeitgeist, presente?

Come funziona il tuo processo artistico?
Non funziona. Nel senso che non esiste. Non c’è un modus operandi. C’è la tela bianca, ci sono io, ci sono matite pennarelli pennelli e colori. Cosa prenderò in mano per primo, come la tela verrà sverginata dal primo tratto di colore non ha la minima importanza. Il resto verrà a ruota, senza pensarci. Magari durerà due ore, magari la finirò dopo due mesi, ma non penso mai al fatto che “sto dipingendo”. Lo faccio e basta. Parafrasando Trainspotting, “chi ha bisogno di ragioni quando ha tele e colori?”

Cosa rappresenta il protagonista di tutte le tue opere?
La gente. THE PEOPLE.

Prova a metterti per strada, a piedi, un giorno qualunque, una città qualunque. Quante persone incontri? Quante facce incontri? E queste tonnellate, questa moltitudine di facce…chi sono? Dove vanno? Quanta fatica fanno a stare al mondo? Ma in fondo quello sono io, siamo tutti noi. E io voglio dipingerle, voglio ritrarle. Per questo dipingo milioni di facce schematiche, in apparenza tutte uguali. Ma ognuna è impercettibilmente diversa dall’altra, ognuna ha un
minimo particolare che la rende unica, facci caso. E’ l’unico modo che conosco per rappresentare la basilare follia di un’intera società sovraffollata, rendendo onore a chi ne subisce ogni giorno le difficoltà, la pesantezza.

Quali emozioni o pensieri speri di suscitare in chi guarda le tue opere?
Bellezza e inquietudine. Insieme, nello stesso momento.

Di cosa parlano le tue opere?
Di bellezza e inquietudine. Insieme, nello stesso momento.

Vieni a scoprire le opere di Filippo Bernabei e tutte le sue facce, puoi vedere tutte le sue opere qui!

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