Matteo D'Angelo

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Così, poco alla volta, ho capito quanto fosse per me vitale la fotografia. Quando scatto tutto si compone davanti ai miei occhi. È come se si creasse una correlazione indissolubile tra il momento, temporale, e il luogo fisico. Questa è la sensazione di cui non potrei fare a meno. Osservare, sempre, con occhi sempre diversi, è l’esercizio più importante.

Biografia dell'Artista

Mi chiamo Matteo D’Angelo, classe ’93, nato a Napoli, dove sono cresciuto fino ai miei 19 anni per poi trasferirmi a Torino per studiare Ingegneria. Attualmente vivo a Milano dove lavoro come Ingegnere della Logistica e allo stesso tempo frequento una scuola di formazione specializzata nel campo della comunicazione visiva.

Amo gli atlanti e le bandiere. Da piccolo trascorrevo interi pomeriggi a sfogliare questi pesanti libroni. I laghi, le montagne, le ferrovie e le città illustrate sulle pagine accompagnavano la mia mente in viaggi senza limiti e, alla fine di tutto, non vedevo l’ora di osservare quella miriade di rettangolini colorati che rappresentavano intere nazioni.

Con il trascorrere degli anni i viaggi sono diventati tangibili, così come tangibile era la mia voglia di raccontarli. Alle elementari, durante i campi scuola, avevo sempre una Kodak usa e getta con me. A nove anni la mia prima macchina fotografica digitale e poi a quindici anni l’amore vero per la mia prima reflex, che ho usato talmente tanto da consumarla letteralmente.

Grazie all’università ho viaggiato molto: ho vissuto negli Stati Uniti e in Giappone e, soprattutto in Oriente, ho capito quanto personalmente non possa prescindere dalla fotografia. In qualche modo ho sentito sulla mia pelle quanto cultura e tecnologia fossero così strettamente legate. Lì la comunicazione era difficile e molto spesso la fotografia mi ha dato la libertà di poter esprimermi con le persone del luogo, quelli che poi sono diventati amici, molto più direttamente di quanto potesse farlo una lingua.

Così, poco alla volta, ho capito quanto fosse per me vitale la fotografia. Quando scatto tutto si compone davanti ai miei occhi. È come se si creasse una correlazione indissolubile tra il momento, temporale, e il luogo fisico. Questa è la sensazione di cui non potrei fare a meno.

Negli anni, spinto dalla voglia di perfezionare la mia passione, ho frequentato vari corsi di approfondimento, tra cui due cicli di lezioni al Centro Italiano per la Fotografia di Torino. La mia formazione è, però, quasi totalmente da autodidatta: ho scattato tanto, osservato sempre, imparato tanto sbagliando, e provato a migliorare la mia visione artistica e la mia tecnica ascoltando altri appassionati e professionisti. La curiosità e il fascino per la luce e i momenti inaspettati mi hanno sempre accompagnato.

Voglio raccontare ciò che si nasconde dietro la semplice apparenza della realtà. Provo a narrare luoghi e momenti densi di significato emotivo per come li “avverto” io nel momento dello scatto. C’è chi ci vede spensieratezza, tensione, felicità, squallore, vivacità. Io ci vedo semplicemente una alta densità di diverse emozioni, vere indipendentemente dalla loro essenza e da chi e come le percepisce.

Ho sempre scattato in formato digitale ma ultimamente mi sono appassionato al formato analogico, che mi avvicina ancor di più, data la sua ritualità, a quella densità di sensazioni che le mie foto vogliono esprimere.

La scoperta di artisti del calibro di Stephen Shore, Luigi Ghirri, Mark Power, Ronni Campana, e le influenze di tanti artisti italiani contemporanei mi guida nella mia ricerca visiva quotidiana, anche quando non ho la mia macchina con me.

Osservare, sempre, con occhi sempre diversi, è l’esercizio più importante.